Ora è teatro delle Ariette, luogo della parola

 

Il teatro come custode della parola e delle considerazioni che ne nascono

 

Pubblicato il 11/04/17

 

 

Oggi, 11 aprile 2017, sono trascorsi tre giorni dal taglio del nastro che ha inaugurato il nuovo Teatro delle Ariette, ormai la tensione di quel giorno importante sarà calata e le cose di tutti i giorni avranno ripreso il loro corso in via Rio Marzatore 2781. In quel numero civico che ricorda, vagamente, gli indirizzi californiani saranno sicuramente ritornate a prevalere i canti dei galli e delle anatre ma dopo ogni cosa niente è mai lo stesso ed ora c’è un nuovo teatro da gestire, nuovi, diversi impegni da affrontare in un luogo che, da sempre, ha ospitato teatralità. Abbiamo voluto saperne di più sull’arte del Teatro delle Ariette e gli abbiamo dedicato il mese di aprile per poter capire meglio il lavoro di questa compagnia che ha fondato un teatro in mezzo ai campi.

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Ci sono stato all’inaugurazione di sabato 8 aprile ed mi sono organizzato per rimanerci il più possibile per ricavarne sia delle fotografie a colori che ad inchiostro (anche se virtuale) con l’intenzione di raccontarne alcuni momenti che, non necessariamente, riportino l’accaduto ma piuttosto le considerazione che ne sono nate.

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Tante persone e tanti volti che ho incrociato negli appuntamenti delle Ariette hanno partecipato a questa festa premiata da un bellissimo sole; non ho incrociato, invece, altri volti che, dicono, di fare il possibile per seguire il teatro e che non disdegnano nemmeno il teatro locale. Mi è tornata in mente una considerazione che feci ad un amico che mi parlava dei cani, dei gatti e dei loro “padroni”; ebbi a rispondere che la maggior parte di loro si gongola nel dire che ama gli animali ma che in realtà, spesso, sottende dire che ama il “proprio” animale, disinteressandosi quasi completamente della totalità della natura e delle creature che la popolano. Rincarai la dose dicendo che, addirittura, molti di loro amano a tal punto gli animali da mangiarseli con amore una volta cucinati a puntino. Tutto questo per indicare la miopia dei cortili di pensiero che prediligono l’attaccamento affezionato piuttosto che dedicarsi ala biodiversità umana.

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Nella bella passeggiata fino alla sommità del Tetto del Mondo di Rio Marzatore è risuonata una potenza: la parola come mezzo primario per la comprensione delle cose. Fin dalla partenza della lunga camminata che portava su questo piccolo colle panoramico (il Tetto del Mondo) si è compreso che era la parola degli oratori a fare da motore per la risalita: esprimere concetti, comprendere varianti, esplorare possibilità interpretative attorno ad una parola nominata da un relatore qualche ora prima per, poi, rivederne altre ed inseguirne il significato.

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La cosa che mi ha sempre fatto sorridere è l’estrema specializzazione di questo nostro mondo il quale ancora non comprende che, proprio nella specializzazione si annida il suo impoverimento; a sostegno di questa considerazione vi invito a chiedervi: come mai non si vede un pittore ad una inaugurazione di una mostra di cortometraggi; come mai non si vede un fotografo all’inaugurazione di una mostra di scultura; come mai non si incontra un musicista ad una mostra di pittura; come mai non si incontra un videomaker ad un incontro di presentazione di un libro di poesie; come mai non si incontra un scultore ad un concerto in villa. Naturalmente le combinazioni appena elencate invitano a scambiare di posto agli esempi appena letti. Certo, direte, ma cosa dici (?), quella volta al concerto ho incontrato lo scultore Tal De Tali e così via a ricordar momenti per contraddire lo scritto appena letto ma io dico che l’eccezione non crea un insieme. Tutto qui.

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Davanti a me, appena sul lato destro, è seduta una bella signora che sta seguendo il dibattito con i gomiti leggermente alzati per sorreggere il telefonino bianco latte; ad un certo punto lo alza e si prepara a digitare una immagine zoomando fra l’indice e il pollice. Mi incuriosisco, tolgo l’attenzione dalla fotocamera e mi distraggo nell’osservare cosa attira l’interesse della signora e vedo che esegue foto alle fotografie che vengono proiettate sullo schermo davanti a lei. Con noncuranza e con tranquillo interesse la signora prosegue il suo reportage catturando immagini che altri hanno eseguito, magari, facendosi un mazzo così per poter avere autorizzazioni, visti, costi, tempi, attrezzature per poi arrivare ad una esecuzione il più possibile fedele e mostrarla ai suoi simili. Click, bzzz, eccone un’altra scattata stando seduta dalla rigida panchetta della galleria.

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Ci sono ancora persone che credono nel proprio semplice entusiasmo e non si fanno coinvolgere più di tanto dalle “Industrie 4.0”, oppure da un nuovo ashtag (#)  per ogni volta che bolle l’acqua dei maccheroni, della santa Start Up che non bisogna farsi scappare altrimenti avrai perso quell’ultimo treno. Ci sono persone che dimostrano di poter vivere anche senza l’assillo di tutto questo correre. Direi che oggi ne ho incontrati parecchi e devo dire che forse sono più saggi di chi rincorre alcuni miti costruiti su misura.

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C’è stata una cosa che mi ha portato ad un certo empasse nel momento in cui l’orario spingeva verso il cibo: due piccoli gestori di cibo da strada, in piccoli traini con targa francese, cucinavano con grande capacità. Io avrei fatto qualche “giro di piatti” in più ma mi sono fermato al terzo perché mi pareva di interpretare il ruolo del solito italico che approfitta della gratuità offerta. Già le Ariette hanno offerto il cibo gratis a tutti gli intervenuti e l’ottima birra artigianale non ha fatto eccezione. Così mi sono limitato. Non sono ancora sicuro di aver fatto la mossa giusta.

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Per la presentazione del (nuovo) libro che racconta l’avventura delle Ariette sono stato alla finestra; non scherzo… c’era tanta gente nella sala teatro che ho preferito seguire qualche intervento da una delle finestre laterali, anche perchè potevo aver più libertà d’azione con la fotocamera. Poi, quando faccio foto, non riesco a seguire gli eventi come si deve e la presentazione del libro delle Ariette la faremo anche su Millecolline.

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La parola; è stata questa la regina di questa inaugurazione e, per un momento, si è percepito che questo strano teatro in mezzo alla campagna (ovvero quasi in mezzo ai calanchi) potesse essere una specie di vispa arca di Noè in cui rifugiare e custodire il valore della parola in attesa di tempi migliori fra gli uomini.

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Avrei ancora altro da scrivere ma a questo punto lascerei a voi il compito di riempire questo spazio con una delle vostre considerazioni sulla giornata di inaugurazione delle Ariette; potremmo creare un articolo a più mani che si arricchisca di volta in volta, questa è una possibilità che una rivista di carta non potrebbe sviluppare; ma noi non siamo una rivista di carta…

 

Il testo iniziale e tutte le foto sono di Roberto Cerè.

 

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